"Il Compagno segreto" - Lunario letterario. Numero 11, settembre 2005                                      


Marlene Dietrich: i nomi per la Musa

 


 

 

13. Hemingway

 

 

 

 

 


 

Tra le Lettere di Hemingway (Mondatori) ce n’è solo una indirizzata a Marlene (La Finca Vigia, 26 settembre 1949), dove le promette la copia carbone di un manoscritto a patto che non la passi  “a quel tale Remarque”. - Preveggenza del compagno segreto: le altre lettere di Hemingway a Marlene, una trentina, ora al JFK Museum di Boston, saranno pubblicate giusto nel 2006.

 

 

*°*

 

 

“A volte ti dimentico, come dimentico i battiti del tuo cuore.”

 (E. Hemingway a M. Dietrich)

 

 

Nel 1932, sull’Île de France che sta navigando dall’Europa all’America, Hemingway e la Dietrich si conobbero:

 “Una sera Marlene Dietrich fece una clamorosa entrata nel salone da pranzo. Contando dodici persone già sedute a tavola, si ritirò superstiziosamente, ma Hemingway, pieno di fascino e veloce come il lampo, le si parò davanti, dicendo che sarebbe stato lieto di fare il quattordicesimo. Da allora in poi, le sarebbe stato sempre amico (…). Le diede consigli da zio, che lei accettò regolarmente; non si burlava di lei come faceva con gli altri; le concesse l’insolito privilegio di chiamarlo col suo nome di battesimo. Si sarebbe indotti a pensare che avesse un po’ paura di lei” (A. Burgess, Hemingway).

Marlene: “L’ho amato immediatamente. Non ho mai smesso di amarlo. L’ho amato platonicamente. Dico questo perché l’amore che Ernest Hemingway e io sentivamo l’uno per l’altro è stato un amore eccezionale nel mondo in cui viviamo: un amore puro, assoluto. Un amore non attraversato da dubbi, un amore oltre l’orizzonte, oltre tomba, anche se so per certo che ciò non esiste. Tuttavia i nostri sentimenti amorosi durarono parecchi anni, anche quando non restavano più speranze per nessuno, né desideri, né voti da esaudire, quando Hemingway sentiva ormai soltanto una disperazione profonda, la stessa che provavo io nel pensare a lui. Era la mia Rocca di Gibilterra, adorava questo soprannome” (M. Dietrich, Marlene D).

Hemingway è già famoso, ma non è ancora il mito vivente, tra Stendhal e machismo, che  ha per sfondo safari e corride. Proprio nel legame con la Dietrich emergeranno forze più segrete: l’ambiguità di una natura incerta, che lo accompagnerà tutta la vita, e che vedi soprattutto ne Il giardino dell’Eden, romanzo postumo in cui i protagonisti si scambiano fisionomie caratteri e ruoli sessuali.

In Marlene, che chiama “salsiccia” o “figlia”, Hemingway trova uno specchio complice, ma più pratico e cosciente: uguale a lui, ma senza le sue lacerazioni nascoste.

Anche Ernest amò sempre Marlene: “è la migliore che sia mai salita sul ring”; “Se non avesse che la voce, potrebbe spezzarti il cuore. Ma ha anche un corpo stupendo e il volto di una bellezza senza tempo. Non fa nessuna differenza se è lì per spezzarti il cuore o risanarlo.”

Le attribuiva anche un giudizio infallibile sulla sua opera: una relazione rimasta platonica, versione di entrambi, per puro caso.


 

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