"Il Compagno segreto" - Lunario letterario. Numero 10, maggio  2005

 


                    Degas Danza Disegno di Paul Valéry

 

 

8. Pianissimo

 

 


 

“Mes vers ont le sens qu’on leur prête” 

(P. Valéry)

 

Eccola, la frase dello scandalo!

Vorrà mica dire - come pensa il Gadamer di Verità e metodo - che leggere La Jeune Parque potrà essere un’esperienza dada, una più o meno delirante deriva di senso à la Derrida (ecc.)? 

 

Prendiamo parole sue: in questa “epoca del mondo” in cui comandano la “fretta” e la facile isteria della “sorpresa”, in questa “era del provvisorio” segnata da un’evidente “rinuncia alla durata” (Varietà), la poesia costringe infatti a lentezze e a pazienze verso le quali si è persa ogni buona confidenza. Le fatiche necessarie per ‘diventare’ lettore di versi stridono ormai con una generale pretesa di fruizioni solo ‘facili’, immediate non più che vagamente olistiche...  figlio di questa bambagia senza lotta, chi legge arriva del tutto disarmato al cospetto dell’arduo castello poetico: sarà costretto di fatto “inavvertitamente, a imparare di nuovo a leggere” quando si trova di fronte a un testo che, proprio perché poetico, “deve conservare se stesso” (Scritti sull’Arte), opponendosi “alla risoluzione istantanea del discorso in idee” che è propria della comunicazione linguistica consueta, ed esigendo invece “un’applicazione intellettuale spesso intensissima e una ripresa sorvegliata del testo: esigenza pericolosa e quasi sempre mortale” (Varietà), cioè infinita.

Chi legge avrà il suo da fare per “conferire... ‘un senso non indegno’ di quella forma mirabile e della fatica che figure verbali così preziose erano sicuramente costate” (Varietà). Nella discrezione della litote, Valéry segna un limite micidiale, al di sotto del quale il testo non viene neppure sfiorato dalla lettura.

 

Vincolati al sentimento dato dall’incontro con una “forma mirabile”, il conferimento del senso si mostra allora come un’operazione tra le più ardue ed estreme, portata com’è “inevitabilmente ad associare il diletto poetico alle operazioni deduttive della mente e alle sue facoltà combinatorie” (Varietà).

In questo percorso, morti e feriti restano sulla strada sempre in salita dell’interpretazione goduriosa, vittime predestinate della difesa che il testo - diamante altero - oppone ad ogni volontà di comprensione troppo ingenua, troppo poco capace di allarme, incanto e inquietudine.

 

La lettura - l’interpretazione -  parla insomma molto più del lettore che del testo stesso. Il Leopardi del Parini lo scrisse mirabilmente. - “Sintesi di difficoltà e di grazia” (Varietà), il testo è una Gioconda : una bellezza muta e intangibile che nulla dice alla solitudine questionante del lettore.

Si può da questo arrivare a capovolgere il celebre giudizio platonico (Fedro) sull’idiozia autistica della scrittura: la scrittura è superiore al dialogo vivo proprio perché ha trovato nella sua forma il modo perfetto per non più replicare all’interprete, il quale gli lancerà sempre domande incompiute, in un tentativo di senso sempre precario, azzardato, ‘personale’... 

La poesia porta tra gli uomini la differenza: “riguardo all’essenza della Poesia, ritengo che sia, a seconda degli individui, di valore nullo o di importanza infinita: cosa che la assimila a Dio” (La caccia magica); proprio per questo non può né deve contemplare la casualità dei suoi interpreti, così come in Leopardi la Natura è tale proprio  perché non ha repliche per il querulo Islandese, e la Luna splende sorda alle povere domande del povero pastore. 


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