"Il Compagno segreto" - Lunario letterario.Numero 11, maggio 2005 

        

 


      Marlene Dietrich: parole per la Musa

 

   

     3.  Puttana

 


 

“Un paese senza bordelli è una casa senza gabinetto.”

(M. Dietrich, Dizionario di buone maniere e cattivi pensieri)

“Un uomo solo non sarebbe bastato

a fare di me Shangai Lili.”

Shangai express (1932)  

  

In Disonorata (X-27, 1931), la polizia irrompe in una palazzo perché si è suicidata una puttana. L’ufficiale di polizia abborda Marlene invitandola ad andare a bere da qualche parte per dimenticare “questa sgradevole casa”. Lei risponde: “Non è sempre sgradevole. Io vivo qui.”

 

Già nell’Angelo azzurro (Der Blaue Engel, 1930) Lola vive bene nel suo retropalcoscenico, nel bric-à-brac di una puttana cantante (sul suo status, opinioni diverse tra lei e il suo padrone: “- Cosa sei tu? - Sono un artista! - Lei che ne dice, professore, non è un po’ boriosa la signorina?”).

 

Nello stesso anno, ed è il primo film a Hollywood, Marlene è in Marocco (Morocco, 1930) Amy Jolly. La metamorfosi è compiuta: ha perso - oltre che dieci chili - la crisalide di volgarità che c’è in Lola, ed è già una dea che si prostituisce. Tanto che da quel film in poi apparirà sempre del tutto naturale, a ogni aristocratico miliardario che incontra, di chiederla in moglie. Lei, sempre all’altezza di chi le offre gentilezza e galanteria, dice sempre no, ma mai per il peso eventuale del suo passato.

Che i miliardari abbiano ragione lo manifestano perfino le toilettes, che lei indossa come se ci fosse nata, come se anche i vestiti non avessero aspettato che lei per esistere davvero. (Billy Wilder diceva di lei che, più che un’attrice, la Dietrich era una indossatrice...).

 

La variante più preziosa della puttana divina, la vedi in Shangai express (1932), dove Marlene è più ricca di quasi tutti gli uomini possibili; e anche la più colta e la più educata (nel treno dove si svolge quasi tutta la storia, per esempio, lei è l’unica che sappia il francese).

 

°*°

 

Anche agli antipodi, dove la prostituzione è il cedimento al massimo della sventura, Marlene conserva segni squisiti di grazia e di decoro: in Disonorata (X-27, 1931), quando sta per essere fucilata, al frate non chiede conforti religiosi, ma di avere per gli ultimi giorni in cella il suo pianoforte; e per il plotone d’esecuzione il vestito con cui, prima di diventare agente segreto, faceva la prostituta: di quando  serviva “i compatrioti invece della patria” (e com’è femminile quel ritorno al concreto dall'astratto...).

 

La prostituzione come arte greve di fare ciò che non si è, la vedi forse soprattutto in una scena di adescamento in Venere Bionda (Blonde Venus, 1932), scena girata benissimo, con campi e controcampi sui primi piani, e il volto di Marlene quasi astratto, con un cappello bianco che le nasconde gli occhi lasciando in evidenza solo le labbra con la sigaretta. Qui Marlene, madre ridotta alla fame e alla fuga, attira proprio il poliziotto che la sta cercando.

 

Scene così nel film di von Sternberg sono però buchi neri quasi sempre occultati, per fare spazio a un’essenza più misteriosa e sacrale. – Von Sternberg adora quell’eccesso di grazia che non può che fare di Marlene una puttana ambigua, qualcosa di troppo prezioso per essere comprabile. – Nella versione quasi folle di Capriccio spagnolo (The devili s woman, 1935) la vedi che fa impazzire d’amore e di desiderio il maturo Capitano Castellar (Lionel Atwill). Il capitano crede di aver comprato l’amore della bella Conchita Perez, già all’inizio del film, ripianandone i debiti. Ma non è per una via così breve che la farà sua. Conchita, che accetta tutto e chiede ancora, scappa e riscapperà ogni volta.

 

(Chissà se Svevo conosceva il romanzo di Louÿs, quando scrisse La novella del buon vecchio e della bella fanciulla).

  


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