"Il Compagno segreto" - Lunario letterario. Numero 7, maggio 2004


 

Sophonysba Poliakoff

 

 

dr. Gouldenstein

 

Glenn Gould e la sala d'incisione come nuovo instrumento...


“Come un bambino in un bugigattolo esplora con gli occhi i limiti dell’abbandono, entrava nello studio insonorizzato, asettico (i concerti contaminano, diceva), come in un luogo segreto dove si parla il linguaggio della tecnologia e dell’estasi.”

(M. SCHNEIDER, Glenn Gould, Einaudi).

 

“Vorrei saper suonare così, per non suonare così” (Il caro amico organista luterano)

 

Che le mie care signorine non prendano paura, ma certe cose è meglio che le dica io, piuttosto che incontrarle magari a tradimento per la strada! La bellezza è roba da dottor Frankenstein in stato di grazia: un obitorio sopraffino, forbici e filo per sezionare e ricucire i frammenti, chirurgia che falsifichi all’estremo il dato bruto del suono: suono che non è che pietra grezza, tutta appena da scolpire!…


Ed ecco che il pianoforte che capisce di essere entrato nel secolo della lampadina e del grammofono, in preziose promiscuità nuove! - L’angoscia di Furtwängler e Celibidache diventa la gioia dell’artefice: la registrazione tradisce il suono? Ma siamo qui per quello! Non vorremo mica lasciarlo lì così com’è!? Che occasione sprecata sarebbe!… Come usare una cinepresa solo per girare quel che appare nell’istante imperfettissimo! Senza montaggio, senza filtri, senza equalizzazione, senza “digitalità”!… - Ma occorre essere molto platonici per capire invece la necessità di certi scherzetti coi suoni!

 

Da bravo discendente del Fedro, Glenn Gould sapeva la verità sua essenziale. Tutto in un paio di non, e molto meglio di Montale: “Io non sono un pianista”, e: “Ho dovuto lavorare parecchio per persuadermi che il pubblico non esiste”!… quanto meno perché si sa che la massa tende ad avere simpatie invincibili per il Barabba di turno… Perché “quando si danno concerti si bara” davvero, tendendo per forza di cose alla demagogia rubinsteiniana: si sbatacchiano le ottave, si scatena la chioma, si fa i titanici, o anche il contrario (ché, in fondo, è lo stesso!), e così, per ruffianarsi l’applauso apoteotico, scappando in ogni caso proprio dalla parte opposta della musica!


Ricordatevi sempre: volenti o meno, si stesse pure alla tastiera come un maggiordomo stoccafissato alla Michelangeli, si mette in scena una retorica della visione. Cosa in cui del resto il Gould era, come tutti gli ascetici e gli estatici, maestro incomparabile: bello quindi che avesse il pudore di non approfittarne! -  Nel concerto, per il fatto puro e semplice che la musica si vede, l’inganno della sinestesia è, insomma, , ineliminabile! Invece che la cara sbalzante luce del Nord, tutt’un trucco da seppia in fuga che il disco impedisce alla radice!… (Giusto il vecchio Richter, che il Gould sempre amò, faceva spegnere tutte le luci della sala, lasciando due candele per lo spartito che non si vergognò di avere sempre lì!).

 

“Io non sono un pianista”, diceva dunque il Nostro: piuttosto uno scrittore!… E’ la stessa differenza che ritrovate tra Ruskin e Proust! L’ingenuo Ruskin pensava infatti che una parola scritta non fosse che la registrazione meccanica di un suono. Fosse così, immaginarsi la noia poi a leggere; e infatti Proust tagliò corto e bene: “Se si trattasse semplicemente dello stesso genere di voce – di null’altro che di parole “parlate” – perpetuarle sarebbe altrettanto frivolo che trasmetterle o moltiplicarle”! 


 

Appunto. 

Una registrazione è alchimia che la musica non la replica (come “copia d’una copia” direbbe gelido il divo Plato!), ma alla lettera la incide, e insomma la scrive, che è lo stesso di infinitamente correggersi, con le parole-suono che si fanno botole problematiche, senza lasciare scampo mai all’inganno di qualunque ingenuità!

Ecco così dei dischi che sono scritture in cui sprofondarsi come nei libri più belli, tornando e ritornando sul medesimo sempre più abissale e stupefacente: la variazione n. 25 delle Goldberg, l’Adagio della Sonata n. 3 di Beethoven, l’Allegro della K. 310 di Mozart, la stessa settima di Prokofiev lodata qualche volta fa in Richter!…

Del resto, o così o niente: “a volte mi domando come si facesse prima dell’invenzione del magnetofono”.

Si lascino le macchine agli asceti, e il mondo tornerà buono! 


 

Con Gould le mani del pianista diventano dieci, ma solo perché il cervello s’è moltiplicato per cento! Non più dita solo funambole sulla tastiera, ma precise sulle manopole degli equalizzatori, sforbiciando gl’inserti, montando e rimontando il medesimo, truccando i timbri, le dinamiche, avesse potuto anche le velocità! Eccola, un’estetica alla Nixon in pieno Watergate! O, se si preferisce: benvenuti nell’infinita e verde prateria della post-produzione

Ecco l’artificio di Gould. - Come Orson Welles con una centralina di montaggio, come Carmelo Bene tra amplificatori e microfoni: in fondo basta poco per riempirsi di miracoli.

 

“Incontriamo un uomo come Glenn, e questo incontro ci annienta, ritengo, oppure ci salva, nel nostro caso Glenn ci ha annientati, pensai.”

 (T. BERNHARD, Il soccombente).

 

“Quell’idiota è un genio” (George Szell)


 

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