Ci hanno mai salvati i fatti da noi
stessi? «Se potessi credere in ciò che faccio!» (E. M. Cioran,
Quaderni. 1957-1972, Milano 2001): cose che si dicono
negli inevitabili momenti di debolezza. Il punto è che, dato che
«bisogna pur finire col far qualcosa» (J. Laforgue, Amleto,
ovvero Le conseguenze della pietà filiale), di codesta
drasticità che pur sempre da noi traspira, ci si dovrà far carico
o no? - Difficile e inevitabile passaggio: «La consapevole capacità
voluta di unilateralità è un segno di altissima cultura. Mentre
l’unilateralità involontaria, cioè il non poter essere che
unilaterale, è segno di barbarie.» (C. G. Jung, Tipi psicologici).
Del resto, se non son fatti, son
fattoidi: pare sia una parola inventata da
Norman Mailer
(factiod), per intendere quelle cose che tutti prendono per
vere, e che dunque diventano vere perché i mass-media ne hanno
fatto una notizia per la crescita dei loro profitti e della paranoia
planetaria. Anche gli spettri di Giro di Vite di
Henry James (1898) sono forse dei fattoidi: qualcosa che, vero o
falso che sia, poiché creduto, provoca conseguenze reali. Qualcosa
come «…Ma vi sono così tanti eventi / E nessuno diviene azione vera,
perché noi siamo senza coraggio, ombre…» (F. Hölderlin, Pane e
vino).
Amleto è annegato in fatti e
fattoidi: si allucina sulla madre che fa l’amore col nuovo marito,
vede in tutte le donne figure della supposta puttaneria materna (un
fattoide d’un fattoide!), crede senza troppe prove nella colpevolezza
di Claudio... Da tanti fattoidi una cascata di fatti:
«colpe carnali, atti sanguinosi e snaturati, disgrazie volute dal
cielo, uccisioni provocate dal caso, morti preparate con astuzia e
inganno, calcoli sbagliati ricaduti sulla testa di chi li ha fatti»,
come recita l’elenco di Orazio alla fine (Atto V, sc. 2).