"Il Compagno segreto" - Lunario letterario. Numero 6, dicembre 2003

 


John Donne: otto poesie d'amore tradotte da Cristina Campo e Patrizia Valduga

 

12.  Morire

 

 


Un breve sonno e ci destiamo eterni.

Non vi sarà più porte. E tu, Morte, morrai.

(J. DONNE, Holy Sonnets, X) 

 

In un istante ci si perde, in un istante ci si illumina.

(Libro tibetano dei morti)

 

Come la Queen Mum e d'Annunzio, anche Carlo V amava celebrare le proprie esequie da vivo, sprofondandosi nel raso violaceo della bara tutt’avvolto in un sudario, mentre bruciante e disperato fendeva inerti capitelli il Requiem Aeternum. Alla stessa maniera Donne, nel ritratto suo postremo a servire il frontespizio dei Poems 1633.

 

Morte: l’inconsumabile lucore dell'Eternità che duella col tarlo putrido della Caducitas, emblema delle lutulenti putrescenze cui nulla sfugge; danza macabra, cenotafio, illustrazione ai Trionfi petrarcheschi, e pietrificata testimonianza del Lamento Inesausto: la melodia del corrompimento zumbesco d'ogni gloria terrena. 

 

In Donne la Morte è sempre "ghiotta e ratta", "possente e orrenda" (Meditazioni teologiche), condensazione lessicale d’una figura retorica altrove più ampiamente elaborata; e dai mille allusivi richiami: il teschio trimalcionio, lo scheletro stagliato prepotentemente nelle coppe di Boscoreale, il temutissimo Hodie Mihi Cras Tibi inciso sul sagrato di tutte le chiese dedicate all'Orazione e alla Morte. 

Dunque senz’altro monito sermonesco, dalle radici petrigne, lacrimose e moraleggianti; epperò anche riflesso di lucciolii pagani, il magnifico Bacco e Arianna laurenziani.

In una lettera tarda si legge: "non vorrei che la morte mi cogliesse nel sonno. Non vorrei che semplicemente mi ghermisse, dichiarandomi senz'altro morto, ma che mi pigliasse colla forza e mi sopraffacesse": inesaudibile invocazione. Si muore sempre solo inermi, impreparati, nel riverbero opaco dell’alba più livida".


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