"Il Compagno segreto" - Lunario letterario. Numero 5, ottobre  2003


Ogni scrittore, come ogni persona, ha le sue stelle d’orientamento, e a sua volta è stella (danzante?) per altri. 

Proviamo a segnalarne qualcuna

 

Per "Interviste impossibili"  di Giorgio Manganelli:


7. Carmelo Bene

 


 

E Zenone aveva ragione quando dice

che la vera bellezza è nella voce.

Il resto è ciarpa, piaga e cicatrice,

e polvere spirante. Il resto è croce

(Patrizia Valduga, Seconda Centuria)

 

Che "prodigioso, magico recitarsi addosso", la parola che non è più suono o significato, ma soltanto Insensatezza di ogni dire, la promiscua esitazione valériana tra suono e senso. Una Macchina Attoriale, polimorfismo vocale (Manganaro), un ventaglio dinamico inaudito che richiama alla memoria "i megafoni" greci tanto rimpianti da Baudelaire; voce scavata e muscolosa,  badilate di gutturali, soffi vellutati; un dire "monotòno nell'etimo, ma all'interno estremamente ricco di timbri" (Gassman); sibilo fragoroso che si divora da sé nella cascata di acuti e bassi continui, "volontà cieca", secondo Schopenahuer, e perciò macellata in frammezzi e segmentazioni del respiro. Purezza melodica, musicale e mai musicistica, ché stavolta è la Voce orchestrale e orchestrata dal di dentro, siccome un Parlato d'opera, a farsi poesia; non già il contrario. Il testo è già salma irricomposta, sfilacciato rottame del teatro di regia. Rimane solo l'Immemoriale. 

 

Manfred, "oratorio vaticinante", cinque atti da Lord Byron, musiche di Schumann: l'ultima delle cospirazioni approntate con la complicità di Giorgio il Manga. Carmelo le Bien, folle d'amore per questo tradimento traduttorio, evocazione e adorcismo al contempo, chiese al Maestro Siciliani una sola notte per decidere: gli era stato proposto un Peer Gynt cantato a Massenzio (Ibsen-Grieg) e quel Byron, mormorato nell'eco della Jungfrau. Si trattava una buona volta per tutte di “strappare anche il teatro musicale alla volgarità del visivo, alla sconcezza della chiacchiera, l’operaccia zeffirellata”. Non s'ebbero esitazioni: si farà il Manfred di Manganelli. Il culmine della collaborazione. Ma già con le Interviste Impossibili, millenovecentosettantatre, s'era discesi assieme nella notte allucinatoria della Radiofonia: "visione accecata", agognato buio, la parola finalmente musicata di là d'ogni  inqualificabile esercizio retorico, e resa alfine melodiosamente silente; un parlare coi morti, che é già tributo devozionale al famoso oracolo zenoniano; e soprattutto completo naufragare nei veli impalpabili della scena che non è, tra spettri riottosi, sciabordii assordanti e manrovesci di fantasmagorie timbriche. Rabbi Bunam, nei Pirqé Avot, da sempre ti vede e insegna: c'è qualcosa che non puoi trovare in alcun luogo, eppure esiste il luogo in cui la puoi trovare

In un luogo imprecisato.

 


 

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