"Il Compagno segreto" - Lunario letterario. Numero 5, ottobre 2003

 


Interviste impossibili  di Giorgio Manganelli

 

 

 

 

13. Pronomi vigliacchi

 


“Lei”: da bambino Citati rimase prigioniero un pomeriggio intero della marzialità balilla; un capomanipolo borioso lo sorvegliava perché non cedesse a lusinghevoli mollezze, ma al contrario s’applicasse a pascolare, adeguatamente esposto al ludibrio, l'amarezza di quella parolina sfuggitagli durante l’adunanza del sabato. Si trattava di una punizione esemplare, di quelle comminate per direttissima e tradotte poi in oltraggioso confino. Destinazione: l’angolo più tetro e gesuita del cortile della collegio. Sì, era bastata una parolina di troppo, un soffio dubbioso confidato a un lestofantino compagno -evidentemente già giovane affiliato dell’OVRA. Un’obiezione blandamente antifascista, senza malizia alcuna, più che altro eccitata da questioni di stile; epperò dardo sardonico diretto a screditare nientemeno che un caposaldo della gagliarda Rivoluzione fassista, l’introduzione del maschio Voi in luogo del borghesuccio Lei; decisione – ognun sa - espressamente voluta da Lui, lo Stivaluto”, il “Mascellone ebefrenico”. (Gadda)  

Per Manganelli, nella medesima situazione, si sarebbe certamente aggiornato il già corposo faldone, nero come orbace; i Pitigrilli della zona avrebbero poi indagato, e si sarebbe infine scoperte le mille nefandezze mangure: una per tutte, l’abitudine tapiresca di darsi del Lei da sé, persino nell'imo più imo di via Senafé. Che degenerato! Ma non equivochiamo: nella sua qualità di “dappoco” e “marginale”, il Manga covava nessunissima tentazione autocelebrativa; come Salvator Gala Dalì, parlava di sé alla terza persona, ma per degnazione, suffragando in tal modo l’Indomito sua Ritegno, certa Irresoluta Disaffezione, e un  personalissimo tranchant penchant per Simone Weil, che dall'Io s'era misticamente distaccata (extasis) qualche tempo prima:  "Non possediamo niente al mondo- perché il caso può toglierci tutto- a parte il potere di dire io. E' questo che bisogna dare a Dio, ovvero distruggere." Meno apocalitticamente, la legge del Manga stabiliva: né Voi né Noi, mai!  Soprattutto perché - l’Antico insegna - le delizie di un amicizia, meglio ancora se trentennale, maturano soltanto se si accorda loro il privilegio araldico del “Lei”; vada dunque per l’affettuosissimo Noli me tangere; saettino pure mille fulmini castigatori d’ogni pseudoamichevole pacca sulla spalla.

"Esiste in Italia una inveterata consuetudine a pensare piuttosto sotto le vesti del "noi" che dell'"io". V'è qualcosa di oscuro in questa vocazione alla scelta del travestimento non si sa che collettivo, maiestatico, metafisico, o semplicemente vigliacco. "noi" può essere il santo padre, il re, l'imperatore, l'aula invasa dallo "Spirito santo", il fervore quacchero, il coro dei Lombardi ad una qualsiasi crociata, l'assenso dei selvatici che si fan cittadini irretendo la propria libertà nel patto sociale; ma può anche essere il bramito del Lumpenprolietarat, il gemito informe dei vinti, insomma la codarda saggezza dei critici. Rammento distintamente il giorno in cui, acerbo e ignaro recensore, mi chiesi perché mai scrivessi costantemente "noi" ogniqualvolta dovessi dichiarare quel che pensavo a proposito di chicchessia. per quanto fossi incline a sopravvalutarmi, non riuscivo a persuadermi di esser un "noi": la mia vita era stata avara di enunciazioni dogmatiche, come profeta m'ero schermito senza successo, avevo declinato una promettente ma onerosa carriera di guida dei popoli, nell'insieme riluttava a interpretare il segreto anelito dell'umanità tormentata; come "noi" di lusso ero un fallimento; come "noi" di carriera ero crollato davanti ai più miserabili quiz attitudinali; non sarei stato accettato neanche come dio di riserva, come serafino della squadra ragazzi. L'unica spiegazione era che quel  "noi" che tanto mi affascinava, semplicemente, un pronome di vigliaccheria." (Improvvisi per macchina da scrivere).

 


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