"Il Compagno segreto" - Lunario letterario. Numero 4, aprile 2003


Ogni scrittore, come ogni persona, ha le sue stelle d’orientamento, e a sua volta è stella (danzante?) per altri. 

Proviamo a segnalarne qualcuna

 

Per Don Giovanni di Lorenzo Da Ponte e W. A. Mozart:

 

 

25. Gabriele D'Annunzio

 


 

In questo periodo tra romanticismo e decadentismo la figura della femmina fatale si incontra nella donna vampiro di Baudelaire, nella riflessione sulla Gioconda di Walter Pater e non lascerà insensibile  D’Annunzio che, il va sans dire,  non si lascerà sfuggire la ghiotta occasione per intrattenersi nelle pieghe di  questa femminilità ingorda nell’Intermezzo di Rime (1883) e nei sonetti dedicati alle Audultere (in cui tra le altre appaiono Erodiade, ‘la concubina insonne’, Elena e Lady Macbeth (‘pallida, fredda e sola’).  E’ soprattutto nell’Ippolita del ‘Trionfo della Morte’ (1894) che D’Annunzio sfoga la sua abilità poetica soffermandosi sulla donna e la sua mutevolezza, sulla componente sensuale strettamente connessa alla negatività; il pover uomo ne è soggiogato e non sembra potersene liberare (‘… vide se stesso, nel futuro, legato a quella carne come il servo al suo ferro, privo di volontà e di pensiero, istupidito e vacuo;…’ Il trionfo della morte ). 


Insomma il protagonista maschile vorrebbe raggiungere un certo dominio di sé ma l’amata, vera forza naturale distruttiva, gli è di ostacolo impedendogli di realizzare la ‘vita nuova’ a cui egli aspira. Solo la morte, e qui il vate non è nemmeno un po’ originale dopo gli eccessi romantici (si pensi alla ‘Belle dame sans merci’) e decadenti anche in pittura (‘Lady Lilith’ di Dante Gabriel Rossetti) lo libererà dal giogo sensuale di Ippolita. Lei è come ‘un male sacro, il morbo astrale’ tutti ingredienti necessari per giustificare l’ingenuità bonaria del povero Adamo di turno. Queste donne rovinauomini non sono particolarmente belle, non bellezze canoniche, né madonne naturalmente. Il loro fascino sta nella torbida attrazione che esercitano sui loro amanti. Del resto, l’idea, quella geniale davvero, viene dalla ‘dark lady’ di Shakespeare che, esasperato dalle descrizioni angelicate dell’amor cortese dove bellezza è coniugata a bontà, si libera dello stereotipo e, con tocco sapiente,  stupisce il lettore presentando nel sonetto CXXX una donna dai  ‘capelli di fil di ferro neri’, ‘il seno bruno’ e l’alito sgradevolmente cattivo che ’nel fiato di lei aulisce.’

 

A riparare tanti sbreghi di immaginari febbricitanti e deliranti qualche voce femminile verso fine ‘800, con profetica lucidità, tenta di togliere alla donna questa etichetta di ‘fausse couche’. Quello che affascina è la non asprezza del tono e la non condanna fuori luogo dell’altro sesso. L’esule russa Anna Kuliscioff (nonostante il cognome ammiccante non aspira a fare la danza dei sette veli) se ne esce nel 1890 in una conferenza presso il Circolo Filologico Milanese (riportata poi su ‘Critica Sociale’ rivista che Turati, suo compagno, dirige in quegli anni) parlando di giustizia sociale, di eguaglianza civile tra gli esseri umani. Non odio, non rivalsa ma aspirazione ad ottenere cooperazione cosciente  degli uomini sensibili, emancipati dalla consuetudine e dai pregiudizi, disposti a riconoscere che anche le donne possono essere degne a sé senza essere per forza relegate nei  soliti ruoli di angeli senza ombra o peccatrici mai redente. Un far posto insomma alla capacità di astrazione e creatività della donna e non solo alla sua innata intuizione e propensione ai sentimenti.

Anche questi pensieri servono forse a far capire come la letteratura di fine secolo cercasse di difendersi dalle diverse anime che le donne, allora, cominciavano a svelare. Tante Salomé per esorcizzare l’anelito di libertà che fibrilla da sempre nella parte più delicata di ogni creatura : maschio o femmina che sia.


 

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